La grande Beune

Quando una sera di settembre arriva in uno sperduto borgo della Dordogna non lontano da Lascaux – mentre torbide piogge sferzano le finestre e la Gran de Beune scorre melmosa giu, alla base della falesia -, il narratore, giovane maestro fresco di nomina, subito sa di aver varcato una misteriosa linea di demarcazione, e che per lui e iniziato un viaggio nel tempo, in «un passato indefinito» che suscita «un vago terrore». Glielo suggeriscono i pescatori e cacciatori che paiono usciti da antichi fabliaux, Helene, la locandiera, «vecchia e massiccia come la Sibilla Cumana, come lei pensosa», e Yvonne, la tabaccaia, alta e bianca – «puro latte» -, abbondante e florida come le uri, corvina ma con gli occhi chiarissimi, che suscita in lui un lancinante, selvaggio desiderio. Il maestro la spia quando, regale come sempre, i tacchi alti che infilzano le foglie cadute, attraversa prati e boschi per raggiungere il suo amante, sogna di possederla, di sventrarla, tanto lussuria e ferocia primitiva si rivelano d’improvviso intimamente legate. Non a caso il sopraggiungere di Yvonne puo essere annunciato da un corteo di bambini incappucciati che inalberano nel gelo della campagna il trofeo di una volpe morta e vi danzano intorno, e seguito da oscene visioni. Perche se Yvonne e il desiderio stesso in tutta la sua immane potenza, la sessualita come cerimoniale sciamanico e sacra trance, il borgo di Calstenau e il viscerame del mondo, l’incisione rupestre capace di riportarci ad antiche cosmogonie, all’animalita, al «primitivo» – all’immemorabile origine di tutto.

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