Se è vero che l’esperienza è come la terra, e che il corpo a corpo morale con il padre è l’esperienza fondativa di ogni altra e il momento necessario di ogni scrittura, allora un libro come questo Geologia di un padre, di Valerio Magrelli, sembra innanzitutto riconoscere all’esperienza della relazione paterna non solo il valore di fondamento (notava uno dei recensori del libro come siano pochi gli uomini che riescano a pronunciare l’espressione “io e mio padre” senza troppi turbamenti), ma anche quello di sedimento, di traccia spesso inconfondibile da sé, da rintracciare in movimenti minimi della quotidianità, in azioni-specchio come l’arrabbiarsi del padre, il suo uso improprio della forza, il difficile rapporto con il tempo. Di fronte al padre, il figlio trattiene non solo le parole, ma anche l’ira, o la commozione, come Kafka insegna. A differenza del padre, il figlio non ha mai sparato (la distanza tra padri e figli nel Novecento spesso è tutta qui); a differenza del padre, il figlio gestisce meglio le sue intolleranze e mancanze di senso, ma tra padre e figlio c’è più di un’aria di famiglia: la parola usata, “umbra”, traduce quella zona buia in cui “io sono mio padre che salta sull’apparecchio guasto”, e io è se stesso ma anche quel “resto”, quel sedimento più volte evocato dal figlio scrittore. Ma di cosa è fatto questo resto che non passa mai? In gran parte è intriso di una forza (ancora K.) di origine incerta, brutale, leggendaria e quindi da guardare con sospetto: un “fascismo solubile”, mascellare, che fa assomigliare il padre a quel Tiranno italiano che non si vorrebbe mai riconoscere nei propri tratti: “il modello del Capo diluito nell’acqua-madre dei gesti, delle espressioni individuali, sciolto, in dosi omeopatiche, nell’esistenza quotidiana dei sudditi”. Ma questo resto di relazione, che sopravvive anche al trapasso, è soprattutto corporeo; sono le ceneri familiari alla cui traslazione lo scrittore deve assistere, e che scatenano una suggestiva riflessione sull’Italia come società conservatrice che conserva ad oltranza i propri cadaveri. È il corpo del padre, creatura che non smette in prossimità della morte di parlare delle proprie deiezioni, è la sua pelle-formaggio, lucida e bianca, le unghie da tagliare: è il Corpo del Re da sottoporre a lavacro sperando di non incorrere nella maledizione di Noé contro Cam. La malattia, come già in Svevo, permette di conoscere meglio gli oggetti del nostro amore, di osservarne le piaghe e le membra scricchiolanti. Ecco perché, quando il Re muore, il fantasma diventa un bagliore del ricordo, mentre “quell’unico resto” sono “sempre io”. Il padre è morto ma è morto anche il Figlio: “il morto sono io”. È il figlio, ora, a trovarsi a entrambi i capi della candela, ad essere se stesso e quel più di se stesso che è l’Altro paterno.
recensione di “www.bookdetector.com”.
### Sinossi
Negli ultimi dieci anni Valerio Magrelli ha raccolto, su foglietti sparsi, appunti riguardanti il padre. Quando quest’ultimo muore, quei documenti diventano un materiale prezioso, «il bandolo canoro di un’infinita matassa di storie»: i viaggi in auto d’estate in giro per l’Italia; le avventure d’amore e morte durante la guerra; i desolati pomeriggi che l’uomo ormai maturo trascorre spingendo il genitore sul girello; il giorno in cui il figlio, armato di forbici, libera l’anziano febbricitante dal bozzolo del maglione; lo stupore di riconoscere, davanti allo specchio, un’espressione del viso che gli restituisce la ferrea legge dei vincoli genetici; gli abbracci, le risse, l’amore per Borromini o i folli scatti di rabbia. Diviso in 83 capitoli (numero che corrisponde agli anni vissuti dal protagonista), il libro scava fra ricordi personali e storia patria, mentre la biografia sfuma nella paleontologia, se non nella geologia… L’enigmaticità di questo iroso anti-eroe, e insieme la sua infinita lontananza, suggeriscono infatti una possibile identificazione con i resti umani di origine preistorica trovati in Ciociaria, a Pofi – suo paese d’origine. Cosí narrando, Magrelli – orfano ad honorem e padre a sua volta – procrastina il congedo definitivo grazie al racconto, e non desiste, ma si maschera, fugge, scegliendo la digressione per scendere ancora piú in profondità nella vita del capostipite, e mostrarne, oltre alle virtú, anche quei difetti che lo rendevano «un vecchio esacerbato e vulnerabile». Ricorrendo al montaggio di elementi eterogenei (pagine di enciclopedia, versi, aneddoti, brandelli di giornale), Magrelli dà forma a un romanzo sui generis che rievoca un addio tanto doloroso quanto liberatorio: «Mentre scrivo queste righe, vedo davanti a me lo scatolone sigillato in cui ho riposto le agende dei suoi ultimi vent’anni. Le ho trovate qualche settimana fa durante un trasloco, ne ho sfogliate un paio, e poi le ho messe via per mandarle in soffitta. Possibile che non sia curioso di leggerle? Sono sbalordito dalla mia mancanza di interesse, ma devo prenderne atto. Non mi importa nulla degli archivi, e provo nausea per i documenti. L’unico documento sono io: la carta moschicida del ricordo».